Ce lo aspettavamo, ma nessuno credeva che la mossa iniziale di Donald Trump fosse così aggressiva. Gli esperti pensavano che i dazi si sarebbero attestati sul 10%, magari con livelli più alti per i paesi asiatici e la Cina. Ma quello che il presidente degli Stati Uniti ha annunciato il 2 aprile dal prato della Casa Bianca è invece una vera e propria mazzata che avrà evidenti conseguenze globali di dimensioni forse imprevedibili.

Perché, nonostante gli avvertimenti e le minacce al resto del mondo affinché non reagisca, una reazione ci sarà. L’ha annunciata l’Unione Europea, l’ha annunciata la Cina, e altri seguiranno. Intanto i mercati finanziari di tutto il mondo stanno reagendo in modo fortemente negativo.

I numeri parlano chiaro: i dazi statunitensi raggiungeranno livelli mai più toccati dai tempi del Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che scatenò una guerra commerciale globale e aggravò la Grande Depressione.

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Dazi, cosa significa la decisione di Trump

Le nuove tariffe, che mirano a contrastare quelle che Trump definisce “barriere commerciali ingiuste" imposte da altri paesi ai prodotti statunitensi, includono dazi del 34% sulla Cina, del 26% sull'India, del 25% sulla Corea del Sud, del 24% sul Giappone, del 31% sulla Svizzera. E naturalmente, come sappiamo, del 20% sulla “patetica” – così l’ha definita − Unione Europea, accusata di applicare una aliquota effettiva (calcolata in modo chiaramente casuale) del 39% considerando le barriere non tariffarie.

"Per decenni, il nostro paese è stato saccheggiato, depredato e sfruttato da nazioni vicine e lontane, sia amiche che nemiche", ha dichiarato Trump, aggiungendo che agricoltori e lavoratori dei settori siderurgico e automobilistico hanno "sofferto gravemente”. Adesso l’unico modo per evitare queste tariffe, secondo Trump, è produrre direttamente negli Stati Uniti.

Se la sono cavata invece bene alcuni paesi che evidentemente sono più “amici”, politicamente: il Regno Unito e l’Australia, che hanno ricevuto un dazio del 10%, così come Israele e l’Argentina di Milei. Il Canada e il Messico, che sono stati bersagli delle precedenti ondate di dazi imposti da Trump e rappresentano i principali partner commerciali degli Stati Uniti, non sono stati menzionati per ulteriori dazi né nel grafico del presidente né nei documenti dettagliati suddivisi per paese distribuiti ai giornalisti nel Rose Garden.

Ovviamente i dazi sono una forma di disincentivo alle esportazioni, perché aumentano il prezzo dei prodotti esportati e dunque puniscono le imprese degli stati che li producono e li vogliono vendere all’estero. Però − come ormai dovrebbe essere chiaro − visto che non ne viene effettivamente vietato l’acquisto, sia pure a costi proibitivi, a pagare il costo diretto saranno i cittadini e le imprese statunitense che vorranno continuare ad acquistarli, o a utilizzarli nella propria supply chain.

Va ricordato che questi dazi si sommano a quelli che Trump aveva già imposto sulle importazioni di acciaio e alluminio, nonché su auto e componenti automobilistici.

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I paesi più colpiti dai dazi di Trump

Tra le molte cose che colpiscono c’è il fatto che per la maggior parte i paesi elencati per i dazi reciproci nell’allegato di otto pagine distribuito ai giornalisti dall’amministrazione sono economie povere e in via di sviluppo. Tra queste figurano alcune delle nazioni più impoverite al mondo – Sud Sudan, Burundi e Repubblica Centrafricana – insieme a stati colpiti da conflitti, in particolare il Sudan.

Altri sono paesi che hanno vecchie querelle con gli Stati Uniti, come il Vietnam, che dovrà fare i conti con un dazio del 46%. Altri invece sono paesi emergenti o già emersi. Uno è l’India, con dazi al 26% (anche se secondo il WTO i dazi indiani in media sono intorno al 12%). Vero è che si salveranno i prodotti farmaceutici generici e i vaccini, di cui l’India è grande produttrice, visto che Trump ha esentato questi articoli dai dazi. Un disastro è quello che incombe invece sullo Sri Lanka, che esporta 3 miliardi di dollari di prodotti negli USA, soprattutto capi di abbigliamento e gemme, e adesso dovrà reggere una tariffa del 44%.

Secondo i calcoli di Exiger, società specializzata nella mappatura delle catene di approvvigionamento, gli annunci di Trump comporteranno 600 miliardi di dollari di nuovi dazi statunitensi, la maggior parte dei quali colpirà soltanto 10 paesi: la Cina subirà l’impatto maggiore, con 149 miliardi di dollari di dazi aggiuntivi sulle esportazioni, seguita da Vietnam (63 miliardi), Taiwan (37), Giappone (36).

La risposta dell’Europa

La Commissione europea ha annunciato che reagirà ai dazi su acciaio e alluminio a partire dal 13 aprile, mentre una risposta congiunta su auto e tariffe reciproche seguirà in una fase successiva.

Ursula von der Leyen, in viaggio in Uzbekistan, si è detta pronta a rispondere ai nuovi dazi USA. "Sembra non esserci alcun ordine nel disordine. Nessun percorso chiaro attraverso la complessità e il caos che si sta creando mentre tutti i partner commerciali degli Stati Uniti vengono colpiti”, ha detto, spiegando che però “ci stiamo ora preparando a ulteriori contromisure per proteggere i nostri interessi e le nostre imprese se i negoziati falliranno”.

In Europa ci sono anche preoccupazioni che i dazi doganali più elevati di Trump possano portare a un'inondazione di merci a basso costo da altri paesi, in particolare dalla Cina. Von der Leyen ha detto che l'UE "osserverà da vicino quali effetti indiretti potrebbero avere queste tariffe" e ha promesso di proteggere le industrie del continente.

Nel mirino ci potrebbero finire le industrie statunitensi dei servizi, un settore in cui gli USA hanno un surplus commerciale immenso a loro vantaggio. Come ha detto oggi, 3 aprile, la portavoce del governo francese, Sophie Primas, "colpiremo anche i servizi, compresi quelli online”, citando esplicitamente Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. E la controffensiva dell'UE potrebbe includere anche una revisione dell'accesso delle aziende statunitensi agli appalti pubblici in Europa.

 

In copertina: Trump durate la conferenza stampa nel rose garden, © The White House