Nella guerra commerciale che Trump ha intrapreso con il resto del mondo non c’è – ancora − l’energia. I dazi annunciati dalla Casa Bianca mercoledì 2 aprile escludono infatti petrolio greggio, gas naturale e prodotti energetici raffinati. Intanto però il prezzo del petrolio al barile crolla.
L'esenzione, forse solo temporanea, rappresenta un sollievo per l'industria petrolifera statunitense che aveva espresso preoccupazione sulle conseguenze delle nuove imposte.
Washington nel 2024 ha importato 4 milioni di barili al giorno di greggio canadese destinato alle raffinerie del Midwest, mentre il secondo maggior fornitore è il vicino Messico, con 465.000 barili al giorno.
Canada e Messico erano già esentati, visto l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Ma i dazi base del 10% non toccheranno neanche gli altri paesi sull’energia, ha fatto sapere un funzionario della Casa Bianca.
La possibile ritorsione europea
Secondo l’analista di Reuters Clyde Russel, l'esenzione sui prodotti energetici è una chiara tattica per limitare l’aumento di prezzi che gli statunitensi subiranno a causa dei dazi sugli altri beni, e si adatta all'obiettivo di Trump di mantenere bassi i prezzi dell'energia.
Una delle migliori pedine di contrattazione che molti paesi potranno giocarsi nel rispondere alle tariffe statunitensi è l'energia che acquistano, e uno di questi paesi è l’Unione Europea.
Martedì 1° aprile la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen aveva dichiarato al Parlamento che non è stata l'Europa a iniziare questa disputa commerciale, quindi, “non vogliamo necessariamente reagire, ma se è necessario abbiamo un piano forte e lo useremo".
Al momento però non si sa se in questo piano ci sia l’idea di imporre dazi sui prodotti energetici made in USA. Per esempio, sul gas naturale liquefatto (GNL), di cui gli Stati Uniti sono il maggior esportatore al mondo e sul quale Bruxelles ha fatto affidamento dopo il phase out, ancora non completo, dal gas russo.
L’Unione Europea importa infatti più della metà del suo GNL dagli Stati Uniti e sarebbe complesso sostituirlo con altri fornitori.
La risposta della Cina ai dazi di Trump
La Cina rispose ai dazi di Trump già il 4 febbraio quando annunciò una tassa del 15% sull’importazione di carbone e sul gas naturale liquefatto proveniente da Washington, e un’imposta del 10% invece sul petrolio greggio.
Nonostante le importazioni di GNL siano quasi raddoppiate rispetto ai livelli del 2018, Pechino non è così dipendente dalle materie prime fossili USA. Basti pensare che la Cina rimane di gran lunga il più grande produttore di carbone al mondo e il petrolio statunitense rappresentava nel 2023 solo l’1,7% delle importazioni di greggio totali.
Insomma, l’impatto economico dei dazi cinese potrebbe essere minimo. Inoltre, Rebecca Harding, CEO del think tank Centre for Economic Security, ha spiegato alla BBC che la Cina potrebbe facilmente reperire maggiori forniture dalla Russia, da cui ha già acquistato petrolio a basso costo, anche perché il Cremlino ha bisogno di finanziare il proprio sforzo bellico contro l’Ucraina.
I timori di recessione e la politica OPEC affossano i prezzi del petrolio
Nonostante le esenzioni, l’annuncio dei dazi ha causato una diminuzione del 6% dei prezzi del petrolio Brent, il contratto di riferimento basato sul Mare del Nord. Il benchmark statunitense è così sceso sotto i 70 dollari al barile.
"Prima la recessione e i timori sulla domanda alimentati dal bazooka tariffario di Trump, e ora la prospettiva di un aumento dell'offerta da parte dell'OPEC+ e del greggio hanno visto un crollo di due giorni che ha ripercorso più della metà di quanto guadagnato nel mese precedente", ha dichiarato a Reuters l'analista di Saxo Bank Ole Hansen.
Dal 2022 l’OPEC+ ha adottato una serie di misure di contenimento della produzione al fine di bilanciare il mercato petrolifero ed evitare un crollo dei prezzi. Oggi però 8 paesi dell’OPEC+ hanno deciso di aumentare gli output a 411.000 barili al giorno a partire da maggio.
Questa politica di crescita produttiva, che mira a contenere il rischio di eventuali interruzioni della fornitura iraniana, è stata la causa principale del crollo dei prezzi.
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