I dazi annunciati da Trump sono una sfida senza precedenti per l’economia italiana. La tariffa aggiuntiva del 20% applicata alle importazioni dall’Unione Europea porterà le imprese italiane ad affrontare un aumento dei costi che mina la competitività del Made in Italy negli Stati Uniti, un mercato chiave per numerosi settori produttivi.

Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, infatti, l’Italia esporta ogni anno negli USA beni per un valore di 67 miliardi di euro, mentre le importazioni dagli USA si fermano a 25 miliardi. E considerando che i consumi interni sono in calo dell’8% dal 2000 al 2023, la crescita economica italiana è sostenuta in larga parte dall’export. Una riduzione delle esportazioni verso il principale mercato extra UE avrebbe quindi ripercussioni gravi su migliaia di imprese e lavoratori. A confermare le preoccupazioni dei diretti interessati, arrivano i dati ISTAT, secondo cui il 18% delle aziende esportatrici e il 17% degli addetti del settore potrebbero subire conseguenze dirette dai nuovi dazi.

I settori più esposti includono sono quelli dei macchinari industriali (con 13 miliardi di export annuo), della farmaceutica (13 miliardi), dei mezzi di trasporto (8 miliardi) e dell’agroalimentare, il settore per altro più facilmente associabile e associato al Made in Italy, sia in patria che all’estero.

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L’export agroalimentare a rischio: rincari per 1,6 miliardi

Secondo Coldiretti, i dazi imposti da Trump, che si sommano a quelli già presenti, causeranno rincari per 1,6 miliardi di euro sui consumatori statunitensi, determinando un calo delle vendite e favorendo la diffusione del fenomeno dell'Italian Sounding, ovvero quei prodotti che si presentano truffaldinamente come Made in Italy ma non lo sono.

Infatti, anche se Trump presenta i dazi come una “punizione” per i paesi “nemici” che “trattano male gli Stati Uniti”, le conseguenze le pagheranno (anche) i consumatori statunitensi di tasca propria. Questi, trovandosi sugli scaffali dei negozi prodotti più costosi, dovranno infatti decidere se acquistarne la stessa quantità a un prezzo maggiore, una quantità inferiore allo stesso prezzo, oppure se preferire (più o meno consapevolmente) prodotti contraffatti. Purtroppo non tutti possono permettersi di spendere di più e non tutti sanno identificare i cibi realmente prodotti in Italia.

Comunque, l’impatto dei dazi non si limita alle vendite. Ciò che non viene mandato negli USA potrebbe restare nei mercati europei, creando un eccesso di offerta che potrebbe portare a un deprezzamento delle produzioni, con gravi conseguenze per le aziende produttrici. Senza contare le difficoltà logistiche e di maggiori costi di stoccaggio per i prodotti deperibili.

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Le conseguenze dei dazi sul vino italiano

Uno dei settori più minacciati dai dazi di Trump è quello del vino. Federvini calcola che il solo comparto di vini, spiriti e aceti italiani vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti e coinvolge 40.000 imprese e più di 450.000 lavoratori lungo l’intera filiera.

Secondo l’Unione Italiana Vini (UIV), il dazio del 20% colpirà il 25% dell’export totale di vino italiano, per un valore di 2 miliardi di euro, stimando una perdita annua di 323 milioni di euro, con oltre 364 milioni di bottiglie a rischio.

A preoccupare maggiormente è l’esposizione del vino italiano nel segmento "popular", ossia le etichette dal costo medio-basso, che rappresentano l’80% delle vendite italiane negli Stati Uniti. Le cantine italiane dovranno competere con i vini cileni e australiani, soggetti a dazi più bassi (10%), e con gli stessi vini statunitensi.

“La decisione di applicare dazi alle esportazioni europee negli Stati Uniti rappresenta un danno gravissimo per il nostro settore e un attacco diretto al libero mercato”, ha dichiarato la presidente di Federvini, Micaela Pallini. “Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli USA. Ora rischiamo di rivivere quel trauma economico, con ripercussioni pesantissime su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumatore finale. Serve ora più che mai compattezza e determinazione da parte delle nostre istituzioni per contenere gli effetti devastanti di queste misure inutilmente protezionistiche e antistoriche”,

Dalle tavole dei consumatori statunitensi, secondo Federvini, “scompariranno molte etichette, non sostituibili da produzioni locali, mentre in Italia e in Europa si profila una grave crisi produttiva e occupazionale”.

Nonostante questo clima di incertezza, comunque, la fiera Vinitaly 2025, che si terrà a Verona dal 6 al 9 aprile, ha confermato la presenza di 3.000 buyer americani.

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Il prezzo dei dazi su Grana padano e Parmigiano reggiano

In base alle tariffe aggiuntive disposte da Trump, i dazi sul Parmigiano reggiano passano dal 15% al 35%. Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio Parmigiano reggiano, esprime comunque cautela. “Di certo la notizia non ci rende felici, ma il Parmigiano Reggiano DOP è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente a una riduzione dei consumi. Lavoreremo per cercare con la via negoziale di fare capire per quale motivo non ha senso applicare dazi a un prodotto come il nostro che non è in reale concorrenza con i parmesan americani. Ci rimboccheremo le maniche per sostenere la domanda in quello che è il nostro primo mercato estero e che rappresenta oggi il 22,5% della quota export totale. Il Parmigiano Reggiano DOP copre circa il 7% del mercato dei formaggi duri a stelle e strisce e viene venduto a un prezzo più che doppio rispetto a quello dei parmesan locali. Noi non siamo affatto in concorrenza coi formaggi locali: si tratta di prodotti diversi che hanno posizionamento, standard di produzione, qualità e costi differenti: è pertanto assurdo colpire un prodotto di nicchia come il Parmigiano Reggiano DOP per proteggere l’economia americana.”

Bertinelli ricorda che già nel 2019, “quando Trump introdusse tariffe aggiuntive pari al 25%, il Parmigiano reggiano DOP fu il prodotto più colpito con un incremento del prezzo a scaffale dai 40 ai 45 dollari al chilo. Fortunatamente i dazi sono poi stati sospesi il 6 marzo del 2021 e non ci hanno creato problemi in termini di vendite. Gli americani hanno continuato a sceglierci anche quando il prezzo è aumentato. Negli Stati Uniti chi compra il Parmigiano reggiano fa una scelta consapevole: ha infatti un 93% di mercato di alternative che costano 2-3 volte meno. Imporre dazi su un prodotto come il nostro aumenta solo il prezzo per i consumatori americani, senza proteggere realmente i produttori locali. È una scelta che danneggia tutti”.

Più critico Stefano Berni, direttore generale del Consorzio tutela Grana padano. Con 215.000 forme esportate e una crescita del 10,53% rispetto al 2023, gli Stati Uniti hanno rappresentato nel 2024 il terzo mercato per il Grana padano DOP, la denominazione di origine protetta più consumata al mondo. L’introduzione dei nuovi dazi imposti da Trump, che fanno lievitare il prezzo del formaggio del 20%, mette seriamente a rischio il consolidamento di questo mercato e le prospettive future dell’export negli USA.

“Finora, su ogni forma di Grana Padano esportata negli Stati Uniti era applicato un dazio pari al 15% del valore fatturato per circa 2,40€ al kg”, spiega Berni. “Con l’aumento del 20%, il prelievo allo sbarco in USA salirà a quasi 6 euro al kg al consumo che si amplificheranno ulteriormente, con inevitabili conseguenze sui prezzi americani. Il 39% esibito ieri sera sulle tabelle di Trump non è vero per quanto riguarda il caseario perché il dazio all’ingresso in UE di formaggi americani è di circa 1,8€ al kg, quindi inferiore a quanto noi da sempre paghiamo, e con i nuovi dazi diventerebbe appena 1/3 di quanto noi dovremo pagare da oggi in poi. Quindi, almeno per noi, è un’inesattezza colossale che il dazio aggiuntivo sia la metà del dazio addebitato ai formaggi USA perché, ripeto, a noi oggi costa il triplo per entrare negli USA rispetto a quello che i formaggi USA pagano per entrare da noi.”

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Stellantis chiude gli stabilimenti

Mentre il comparto alimentare prende le misure di questa nuova situazione, l’industria italiana dell’auto ha già preso le prime drastiche decisioni. Stellantis ha infatti annunciato la sospensione della produzione nello stabilimento di Windsor, in Canada, per due settimane a partire dal 7 aprile, e nel sito di Toluca, in Messico, per tutto il mese di aprile.

I dazi aggiuntivi prevedono infatti un’imposta del 25% su tutti i veicoli importati negli Stati Uniti, con l’eccezione di quelli che superano una determinata soglia di componenti statunitensi. Sebbene i veicoli prodotti in Canada da stellantis contengano in media il 50% di parti statunitensi, questa percentuale potrebbe non bastare per essere esentati dai dazi.

E lo stop annunciato dall’azienda colpisce non solo i dipendenti diretti ma anche la catena di fornitura, quindi gli stessi Stati Uniti. A Windsor, infatti, dove Stellantis produce minivan e il modello Dodge Charger, lavorano circa 3.600 persone, ma negli USA i sindacati locali stimano che circa 900 lavoratori a tempo determinato perderanno il posto.

La moda italiana

Un altro settore iconico del Made in Italy è la moda. Secondo Sergio Tamborini, presidente di Confindustria Moda, “a preoccupare non sono soltanto i dazi americani sui prodotti europei e le conseguenze dirette in termini di mancati ricavi, quanto l’impatto delle misure sulle fasi produttive e distributive, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime e nella confezione dei capi”.

L’interscambio di tessile-abbigliamento dall’Italia agli Stati Uniti da gennaio a dicembre 2024 è stato pari a 2,8 miliardi di euro, in flessione dello 0,7% rispetto al 2023. In tale periodo, spiega Confindustria Moda, “nel ranking delle top destination delle esportazioni l’America è risultata essere il terzo mercato di sbocco con un’incidenza del 7,4% sul totale del tessile-abbigliamento esportato con una predominanza del comparto dell’abbigliamento con 2,3 miliardi di euro”.

I settori che hanno performato meglio sono stati la filatura serica, il tessile casa e la calzetteria. Saranno quindi queste aree a veder ridimensionati i propri confini di crescita negli USA. Tamborini, comunque, auspica una soluzione diplomatica e assicura che “Confindustria Moda è al lavoro con le istituzioni, ma nel delineare la politica protezionistica dell’Europa saranno fondamentali anche le soluzioni di Bruxelles”.

 

In copertina: foto di Gabriella Clare Marino