Questo articolo è disponibile anche in inglese / This article is also available in English
Se Trump mette i dazi, la Cina stringe mani e accordi. Senza troppo clamore, ma speditamente, Xi Jinping e i suoi ministri stanno infatti procedendo nel rafforzare la cooperazione economica internazionale, con vecchi e nuovi partner.
Solo nell’ultima settimana, e soprattutto nel weekend fra il 28 e il 30 marzo, ci sono stati un summit trilaterale fra il Ministro del Commercio cinese con le controparti di Corea del Sud e Giappone, la firma di un accordo economico col Bangladesh, un importante forum internazionale per l’Asia e l’incontro (piuttosto eccezionale) del presidente Xi con una quarantina di CEO delle più importanti industrie del mondo, comprese quelle americane.
Proviamo dunque a fare il punto su questa intensa settimana cinese.
Il Boao Forum per l’Asia, un megafono per il multilateralismo
Cominciamo con il Boao Forum per l’Asia, che si è concluso venerdì 28 marzo.
Noto come la “Davos asiatica”, il BFA è una conferenza di alto profilo su temi economici per i governi, le imprese e gli studiosi, che sin dal 2002 si svolge annualmente sull’isola di Hainan, la provincia più meridionale della Cina. Se inizialmente vi partecipavano solo Paesi asiatici, oggi è un’occasione di discussione globale, e a questa edizione hanno preso parte delegazioni da oltre 60 nazioni, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia.
Quest’anno il tema era Asia in the Changing World: Towards a Shared Future, e si è parlato molto di multilateralismo. Non è una sorpresa, in realtà: l’appello a un nuovo (o rinnovato) multilateralismo, in opposizione al crescente unilateralismo promosso dal presidente americano Trump, è da qualche tempo una costante di tutti i discorsi e le uscite ufficiali di Xi Jinping e dei suoi ministri.
Certo, però, la portata dell’appello esce amplificata da un forum che riunisce tutte le economie asiatiche, che insieme, stando al report 2025 del BFA, rappresentano il 48,6% del PIL globale e hanno un tasso di crescita del PIL reale del 4,5%. “L’Asia – ha scritto il Global Times – è diventata il motore principale della crescita globale e può essere meritatamente considerata l’àncora stabilizzante dell’economia mondiale”. Anche l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ora presidente del BFA, ha osservato che l'Asia è oggi una voce guida per il multilateralismo, il libero scambio e la globalizzazione.
E se l’Asia è una forza stabilizzante per il mondo, la Cina lo è per l’Asia – ha detto il vice premier cinese Ding Xuexiang. Ribadendo poi, naturalmente, l’invito a industrie e imprese di tutto il mondo a investire nel processo di modernizzazione della Repubblica Popolare e a puntare sulle grandi opportunità offerte dallo sviluppo cinese.
Xi Jinping incontra i CEO di tutto il mondo
Mentre all’estremo sud della Cina si discuteva di alte idee e di direzioni da dare agli equilibri geopolitici mondiali, più o meno contemporaneamente nel nord del Paese, a Pechino, si riuniva il gotha dell’industria globale.
In occasione dell’annuale China Development Forum, il 23 e 24 marzo, decine di CEO e rappresentanti delle più grandi aziende e multinazionali del mondo erano infatti stati invitati nella capitale in vista di uno specialissimo incontro con Xi Jinping.
Venerdì 28 marzo, nella Grande Sala del Popolo, il presidente Xi ha dunque ricevuto una quarantina di presidenti e amministratori delegati di aziende come FedEx, BMW, Mercedes-Benz. Saudi Aramco, Sanofi, AstraZeneca, Hitachi, Toyota. Con due scopi principali: rassicurare circa le politiche di apertura dell’economia cinese agli investimenti e alle collaborazioni internazionali; e fare fronte comune contro i dazi di Trump, per tutelare le catene di fornitura e quindi la salute dell’industria globale.
Le aziende straniere, ha ricordato Xi, “rappresentano un terzo delle importazioni ed esportazioni totali della Cina, un quarto del suo valore aggiunto industriale e un settimo delle sue entrate fiscali, creando oltre 30 milioni di posti di lavoro”. Sono dunque parte attiva e importante del processo di modernizzazione del Paese, anche se – ha ammesso, diplomaticamente, il presidente cinese – “negli ultimi anni hanno effettivamente incontrato alcune difficoltà nel loro sviluppo in Cina”. Xi si è quindi impegnato non solo a garantire maggiori aperture, ma anche un trattamento più equo per le imprese straniere che operano nella Repubblica Popolare, spingendosi fino a promettere “che i prodotti fabbricati in Cina da aziende straniere possano partecipare agli appalti pubblici su un piano di parità, in conformità con la legge".
Intanto, pochi giorni prima, sempre a Pechino, il Ministro del Commercio Wang Wentao incontrava Tim Cook, il CEO di Apple. La società di Cupertino ha sempre avuto un forte legame (per quanto controverso) con la Cina, e non stupisce dunque che in un momento delicato come questo le istituzioni cinesi vogliano rinsaldare l’amicizia. Quello che è un po’ più sorprendente è il tono dell’incontro, almeno stando al riassunto ufficiale riportato sul sito del Ministero.
Wang e Cook hanno parlato di relazioni economiche e commerciali sino-americane, quasi come se il CEO di Apple fosse un rappresentante della Casa Bianca. Wang ha ribadito che “nella guerra commerciale non ci sono vincitori” e ha detto che “la Cina è disposta a collaborare con gli Stati Uniti per creare un ambiente politico più stabile per le imprese attraverso un dialogo paritario”. E Cook, oltre ad assicurare che “continuerà ad aumentare gli investimenti nella catena di fornitura cinese, nella ricerca e sviluppo”, ha risposto che “Apple è disposta a svolgere un ruolo attivo nello sviluppo stabile e sano delle relazioni economiche e commerciali sino-americane”.
Insomma, se ancora ci fosse bisogno di sottolinearlo, la Big Tech diplomacy sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella geopolitica globale.
Un po’ di accordi con il resto dell’Asia, e un invito all’Europa
L’intenso venerdì diplomatico cinese ha trovato il suo coronamento nella stipula di un accordo economico con il Bangladesh. Il premier ad interim del Paese, il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, era infatti anche lui in visita a Pechino, e ha incontrato Xi Jinping per la firma di un accordo di cooperazione e di otto memorandum d’intesa su cultura, media, sanità e sport. La Cina ha promesso 2,1 miliardi di investimenti e prestiti, e Xi ha dichiarato che potrebbe diminuire i tassi di interesse sui prestiti concessi. I due Paesi hanno inoltre concordato di avviare negoziati per una accordo di libero scambio.
Ancora più degno di nota è, infine, il summit trilaterale fra Cina, Giappone e Corea del Sud. Domenica 30 marzo, i ministri del commercio dei tre Paesi si sono infatti incontrati a Seul per intensificare gli sforzi verso un accordo di libero scambio che si sta cercando di raggiungere addirittura dal 2012. Si tratta del primo dialogo economico trilaterale fra Pechino, Tokyo e Seul degli ultimi cinque anni, e anche di questo evento va dato il “merito” a Donald Trump. I tre Paesi, tutti membri della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), nonostante le dispute territoriali nel Mar Cinese orientale e nel Mar Giallo, puntano infatti a rafforzare gli scambi commerciali regionali in vista dei dazi americani.
Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle raccolti in questi giorni (e altri ne arriveranno senz’altro a breve), è abbastanza chiara la direzione di resilienza che la Cina ha intrapreso a fronte delle politiche commerciali di Trump. Una cosa però non è affatto chiara, ai cinesi (ne scrivono parecchi analisti) ma pure a noi: perché l’Europa non cerca un avvicinamento con Pechino?
L’invito è sul tavolo da tempo, ed è stato apertamente ribadito il 27 marzo in occasione dell’incontro fra il secondo (in Cina ne hanno più di uno) vice premier He Lifeng e il Commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic. Il 2025, ha fatto notare il ministro cinese, segna il 50° anniversario dell'istituzione delle relazioni diplomatiche fra Cina e UE: sarebbe un’ottima occasione per unire le forze e “resistere all'unilateralismo, al protezionismo, e salvaguardare il sistema commerciale multilaterale”.
In copertina: Pechino, la città proibita fotografata da Ling Tang, Unsplash