Mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici stanno spingendo stati come i Paesi Bassi a munirsi di una vera e propria diplomazia dell’acqua. L’oro blu diventa così un prezioso fattore di connessione delle relazioni internazionali. Ma qual è la missione di un “ambasciatore dell’acqua”?

La scarsità d’acqua dolce è una delle sfide aperte del 21° secolo. Secondo il Global Risks Report 2020 del World Economic Forum  esiste infatti “un rischio di impatto elevato derivante da un calo significativo della qualità e della quantità disponibili dell’acqua dolce, con effetti nocivi sulla salute umana e sull’attività economica”. Nel frattempo – mentre i cambiamenti climatici impattano sull’idrosfera e l’incremento della popolazione globale e dei consumi favoriscono lo stress idrico – avanza la competizione sulla risorsa e con essa conflitti, sovrasfruttamento, emergenze. È per far fronte a queste sfide che a livello internazionale emergono nuove figure professionali legate alla diplomazia dell’acqua. Materia Rinnovabile ha intervistato Dennis Van Peppen, Deputy Special Envoy of International Water Affairs del governo dei Paesi Bassi.

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Lei ricopre una carica particolare, di fatto è viceambasciatore dell’acqua. Perché il governo dei Paesi Bassi ha sentito il bisogno di istituire la figura di Special Envoy of International Water Affairs?
Per i Paesi Bassi l’acqua è un argomento fondamentale, non solo a livello diplomatico. Il nostro paese sorge su un vero e proprio delta, e l’innalzamento del livello del mare è una questione urgente che merita speciali attenzioni. Il porto di Rotterdam, i nostri aeroporti e i più grandi centri economici sono tutti posizionati in aree soggette a inondazioni. Ciò ci costringe a investire molto nella gestione dell’acqua, sia per mantenerci i piedi asciutti sia per garantirci un approvvigionamento idrico sufficiente. Queste abilità sono da secoli parte del nostro Dna e abbiamo molto da offrire. Per questo è importante avere un inviato che sia in grado di connettersi con il mondo e trovare il miglior modo per condividere la conoscenza. Del resto, siamo un piccolo Paese e gli affari europei stanno diventando per noi sempre più centrali. Nei rapporti internazionali, agricoltura e acqua sono due settori in cui ci distinguiamo e in cui possiamo fare la differenza. Entrambi sono strettamente legati al tema della sicurezza alimentare, ecco perché vi poniamo tanta enfasi. La nostra posizione ci consente di coinvolgere altri Stati sul tema dell’acqua, cosa che effettivamente faremo il prossimo anno, organizzando una grande conferenza sull’acqua alle Nazioni Unite.

L’esistenza di una politica estera legata all’acqua dimostra come tale risorsa sia un essenziale fattore di connessione. Come può essere utile la water diplomacy per risolvere tematiche come scarsità e sicurezza?
La risorsa idrica sta diventando sempre più una fonte di conflitti, un vero e proprio collo di bottiglia.
Basti pensare all’estremo deficit idrico e al conseguente razionamento annunciato a Santiago del
Cile l’11 aprile scorso; o alla centralità dell’acqua nel conflitto tra israeliani e palestinesi. Non ci rendiamo nemmeno conto che nel Sud-Est asiatico c’è una grande tensione tra Vietnam, Cina e Thailandia, per questioni legate allo sfruttamento, da monte a valle, del fiume Mekong. Queste cose non si vedono spesso nei notiziari. La necessità di agire sta diventando sempre più impellente, ma intervenire è complicato. In termini di governance, l’acqua tende a disperdersi tra settori, ministeri e autorità molto diverse tra loro. Così facendo i soggetti interessati litigano per il controllo sulla risorsa. Manca una direzione, una vera e propria attività di coordinamento. Per questo è importante trovare meccanismi diplomatici a livello locale, regionale, nazionale e internazionale. Lo scopo è fare sedere le parti intorno allo stesso tavolo. Insomma, prima di parlare di soluzioni è necessario comprendere tutte le reciproche prospettive.

Questi mesi saranno cruciali per le trattative fra Etiopia, Egitto e Sudan per la gestione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) e lo sfruttamento dell’acqua del fiume Nilo. A livello diplomatico, ci sono “tavoli” che hanno funzionato meglio di altri?
Faccio un esempio che ci riguarda da vicino. Trent’anni fa abbiamo avuto serie difficoltà con la qualità dell’acqua del fiume Reno. L’inquinamento aveva causato grossi problemi per l’approvvigionamento di acqua potabile, pratica che nel nostro caso avviene principalmente grazie ai corsi di superficie. A volte non riuscivamo nemmeno a depurarla. Non c’erano più pesci e stavamo assistendo alla perdita di biodiversità. Insieme a Germania e Svizzera, i Paesi Bassi hanno istituito la Commissione internazionale per la protezione del Reno. Si è creato un ottimo ambiente di discussione. Abbiamo messo i problemi sul tavolo e grazie a questa iniziativa i provvedimenti presi a monte del fiume – e quindi da tedeschi e svizzeri – ci consentono a valle di godere di acqua di buona qualità. Per quanto riguarda la Gerd, al momento la situazione non sembra promettente. Tuttavia, con buona probabilità, penso che attraverso la mediazione internazionale si potrebbe trovare una soluzione.

Invece, vi sono dei limiti alla gestione della risorsa idrica?
Di recente sono stato in Kenya. Nelle terre aride del Sahel c’è sempre meno acqua e la gente sta iniziando a combattere piccole guerre per le risorse idriche. Nonostante la scarsità si praticano però agricoltura e floricoltura di tipo intensivo, a scapito delle persone che vivono a valle dei corsi d’acqua. A questo si aggiunge il cambiamento climatico, che è marcato e che sta accelerando i problemi. È chiaro che si debba intervenire, ma come? Come prima cosa ci si deve assicurare un flusso regolare di acqua, raccogliendola meglio e immagazzinandola sottoterra. Poi è necessario che i produttori a monte limitino il loro uso di acqua e diventino più efficienti. Il terzo passo riguarda una scelta a livello governativo dell’opportunità di determinate colture idrovore. Il limite della gestione è quindi portare le sfide sul tavolo, farle capire e farle conoscere attraverso meccanismi di coordinamento, anche a livello di bacini idrografici. Serve una prospettiva sistemica che parta dal paesaggio e sia amministrata dai governi regionali e nazionali. A questo scopo, in Kenya, lavoriamo con una Ong locale che organizza ogni anno una carovana di cammelli che transita nelle varie comunità, dalla foce alla sorgente, per parlare di sfide idriche a tutte le parti interessate da un determinato bacino fluviale. La composizione di questa crisi non avverrà attraverso grandi vertici, ma guardando all’intero sistema e trovando soluzioni su piccola scala.

Se si devono implementare soluzioni a livello locale, a cosa servono quindi i grandi summit come quello che state co-organizzando insieme al Tagikistan alle Nazioni Unite per il 2023 o quello appena concluso a Dakar?
Innanzitutto, servono a riportare l’acqua all’attenzione del mondo. Abbiamo visto che cambiamenti climatici, mitigazione, biodiversità e sicurezza internazionale sono temi capaci di riunire i governi. Eppure l’acqua, la questione in fondo più importante, non ottiene l’attenzione che merita. Ecco perché noi olandesi, insieme al Tagikistan, stiamo organizzando questa conferenza. Vogliamo che l’oro blu ritorni ai primi posti nell’agenda diplomatica. In questo modo, oltre all’approccio dal basso verso l’alto, si ottiene anche una pressione in direzione opposta.

Perché organizzare la Conferenza proprio con il Tagikistan? Nell’aprile 2021 questo Paese si è scontrato militarmente con il vicino Kyrgyzstan per il controllo di alcuni bacini idrici…Ebbene, la organizziamo proprio per questo motivo. Per il Tagikistan l’acqua è una questione esistenziale ed è per questo che stanno mettendo così tanto impegno anche a livello delle Nazioni Unite. Essendo un Paese europeo con un grande e importante delta posizionato a valle, anche ai Paesi Bassi era stato chiesto di essere un organizzatore della conferenza. Per questo abbiamo deciso di farla assieme. Il Kyrgyzstan, invece, anche se non è tra gli organizzatori, parteciperà sicuramente al summit. In sostanza, tutti i paesi che attribuiscono valore all’acqua e vogliono essere coinvolti potranno usare questa conferenza per portare al tavolo le loro questioni sul tema. Ci sarà anche la Cina.

A proposito di grandi conferenze, nel marzo scorso si è tenuto a Dakar il World Water Forum, che non è un format delle Nazioni Unite. Qual è il ruolo del settore privato nella diplomazia dell’acqua? 
Alcune industrie – come quella chimica, mineraria e agricola – hanno una capacità di gestione scadente e spesso consumano enormi quantità d’acqua. Nei nostri programmi cerchiamo quindi di
lavorare in partnership con il settore privato, con aziende come Heineken, Nespresso o Danone. È fondamentale cercare chi sta investendo e sta prendendo sul serio le questioni relative alla risorsa idrica. Questi ‘campioni’ potrebbero svolgere un ruolo importante e guidare un cambio di direzione nella gestione dell’acqua da parte del settore privato. Abbiamo cercato anche di collaborare con il mercato finanziario e le Ong che stanno cercando di influenzare positivamente i mercati e gli investitori istituzionali. In particolare, stiamo finanziando Ong internazionali come Ceres e la londinese CDP, che si occupano di fare pressione per favorire investimenti sostenibili nel settore dell’acqua e del contrasto al cambiamento climatico.

Molte aziende sopravvivono perché c’è acqua a sufficienza a sostenere i loro consumi, ma non sarà sempre così in futuro. Esiste un confine tangibile tra la necessità di implementare soluzioni per mantenere i processi produttivi e la necessità di attivarsi per politiche di responsabilità sociale d’impresa?
Faccio un esempio. Stiamo lavorando molto intensamente con un grande importatore olandese di frutta e verdura tropicale. La coltivazione dell’avocado è una fonte di reddito molto importante, ma spesso avviene in un bacino in cui si ha la certezza che l’acqua sta semplicemente finendo. E questo aspetto riguarda da vicino l’attuale crisi idrica in Cile. Stiamo investendo insieme a questa azienda, che certamente sente sia una responsabilità sia una minaccia per il suo business. Abbiamo analizzato il sistema idrico nel suo complesso e stiamo cercando di arrivare a conclusioni e azioni congiunte. Il processo decisionale riguarda però agricoltori, Ong, autorità idriche e cittadini. Questo non è un approccio scontato. Si potrebbe anche decidere di importare da un’area diversa, come il Perù. Ma prima o poi l’acqua finirebbe anche lì. Se ci si vuole assicurare una fornitura certa, allora bisogna agire e investire in sostenibilità, senza corse al ribasso.

Vi sono esempi in cui questa politica non ha funzionato?
Abbiamo sovvenzionato Nespresso in un progetto abbastanza grande in partnership con la Colombian Coffee Growers Association. Le attività interessavano temi come la qualità dell’acqua, l’efficienza idrica nelle pratiche di utilizzo dell’acqua nelle coltivazioni di caffè. Una volta terminato il progetto, Nespresso non ha proseguito con il suo impegno. Hanno sostenuto il progetto attraverso un budget dedicato solo alla CSR? Può essere. Del resto, una società come Nestlé si approvvigiona di caffè da tutto il mondo, dall’Uganda, dall’Etiopia, dalla Colombia. È chiaro: se una fonte di chicchi di caffè si esaurisce, è sufficiente spostarsi al paese successivo. Abbiamo ancora davvero tanta strada da fare. Sono ancora troppo poche le aziende che si assumono davvero una responsabilità olistica per l’acqua. Prendiamo i grandi produttori di birra come Heineken. Hanno una strategia per l’acqua, ma la loro attenzione è finalizzata alla sicurezza dell’approvvigionamento idrico per il loro birrificio. Costruiscono pozzi e pompe a destra e a sinistra, ma sono sufficientemente coinvolti con l’ambiente circostante e le comunità su cui hanno un impatto dal punto di vista delle risorse idriche? Questo è solo uno dei tanti esempi di come il settore privato non si stia ancora assumendo una piena responsabilità.

Immagine: Rotterdam, ph Daniel Agudel (Unsplash)

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