Oggi, 5 dicembre 2022, si celebra il World Soil Day, la Giornata Mondiale del Suolo. Quest’anno il tema della ricorrenza istituita nel 2014 dalla FAO, l’agenzia alimentare delle Nazioni Unite, è “Il suolo: dove comincia l’alimentazione”. Ma perché è tanto importante guardare sotto i nostri piedi?

Circa un terzo dei suoli globali è già degradato. Negli ultimi decenni lo stato di fertilità dei terreni è infatti diminuito a causa gestioni non sostenibili, che stanno causando una drastica riduzione del contenuto di vitamine e nutrienti negli alimenti. Tra i diversi fattori responsabili di questo fenomeno ci sono la perdita di carbonio organico e di biodiversità del suolo, lo squilibrio dei nutrienti, l'erosione, l'inquinamento, la salinizzazione e l'uso non oculato di fertilizzanti.

La salvaguardia di questa risorsa, che si lega a doppio filo con la sfida della sicurezza alimentare, necessita pertanto di un cambio di prospettiva: il suolo (che già stiamo perdendo a causa di cambiamento climatico e desertificazione) non è una superficie da continuare a consumare e cementificare. Anzi, al contrario, è uno strato che ha bisogno di cura e, laddove necessario, rigenerazione.

Che cos’è il suolo? Un cambio di prospettiva

Oggi c'è una disgiunzione cronica tra noi e la terra. Ma in realtà tutto quello che ci circonda è suolo e arriva dal suolo”, racconta a Materia Rinnovabile Paolo Pileri, Professore di Pianificazione Territoriale Ambientale al Politecnico di Milano nonché autore de L’intelligenza del Suolo (Altreconomia Edizioni, 2022) “Senza suolo saremmo nudi in aria: ci vestiamo con cotoni e lane che arrivano dalla terra, risorsa che purifica l’acqua e genera il 97% del nostro cibo; se respiriamo la giusta misura di ossigeno, inoltre, è perché ci sono gli alberi che hanno radici nel terreno, che tra le altre cose trattiene quattro volte la quantità di carbonio che c'è in atmosfera”.

Insomma, l’esistenza umana è sostenuta da servizi (peraltro gratuiti) offerti dagli ultimi centimetri di crosta terrestre. È infatti l’ultima spanna, quella da cui più dipendiamo. Ma sembriamo non accorgercene, sostiene Pileri. “Siamo dei terrapiattisti. Siamo abituati a pensare che il suolo sia una superficie, un'estensione, un metro quadro, un ettaro. Le misure stesse che noi diamo al suolo sono quelle della bidimensionalità. In realtà dobbiamo capire, e non dimenticarci, che il suolo è tutt'altro. È uno spessore, un volume. Mi piace molto che nelle lingue sassoni si parli di Boden, di ’corpo’, quindi di qualcosa che ha tre dimensioni ed è vivo. Il suolo contiene la più grande densità di vita del pianeta: in un solo cucchiaino da caffè di terreno sano ci sono 9 miliardi di unità di vita come batteri, protozoi, alghe, funghi.

La frana di Ischia è solo l’ultima conseguenza del consumo di suolo

Sono undici le vittime causate dalla frana che, tra il 25 e il 26 novembre scorsi, ha colpito il comune di Casamicciola, sull’isola di Ischia. Un evento tragico la cui narrazione, ancor prima della ricerca di cause e responsabilità, evidenzia l’idea distorta che abbiamo del suolo. “In questi giorni, mentre assistevamo alla devastazione delle frane a Casamicciola, molto spesso si è parlato di colate di fango, come di qualcosa di sporco. Sentivo alcuni giornalisti che sul luogo dell’evento dicevano ‘il fango arriva da qua’. Siamo abituati a pensare che sia sporco, inutile, dannoso. Ma il fango è terra, è suolo, è pieno di vita. Noi non riusciamo a convincerci che quello spessore è sacro”, continua Pileri.

Quanto successo ad Ischia ha strettamente a che fare con le politiche di gestione del suolo, soprattutto a livello urbanistico. La stesso Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) - l’organo tecnico-scientifico del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica che ogni anno cura un rapporto sul consumo di suolo, ha evidenziato come “negli ultimi 15 anni nell'Isola di Ischia si è registrato un consumo di suolo di 15 ettari: in media, 10.000 m2 all'anno di nuove costruzioni”.

“Il rapporto ISPRA, ormai dal 2016, dedica una sezione proprio al consumo di suolo nelle aree che hanno una pericolosità insita, sia essa dovuta alle frane, alle esondazioni, ai sismi o all’esposizione vulcanica. Eppure, ogni anno, circa 300 ettari vengono urbanizzati in aree a rischio frana”, conclude Pileri. “Tuttavia, quando presentiamo questi numeri, non c'è una risposta dalla politica per affrontare il problema. È inaccettabile che ci sia indifferenza tra coloro che hanno responsabilità”

Contrastare la perdita di suolo per garantire la sicurezza alimentare

Secondo il rapporto FAO The state of the world’s land and water resources for food and agriculture (SOLAW 2021), a livello globale l'agricoltura utilizza circa 4750 milioni di ettari di terreno per le colture e l'allevamento. La variazione complessiva della superficie agricola dal 2000 in avanti è modesta, ma le terre coltivate a colture permanenti e irrigate sono aumentate, mentre quelle coltivate a prati e pascoli permanenti sono diminuite in modo significativo.
Aumenta quindi la pressione sugli ecosistemi, e questo richiede di considerare terra, suolo e acqua come sistemi interconnessi. Soprattutto alla luce degli effetti del cambiamento climatico, che sempre più spesso possono causare forti impatti sull’agricoltura, anche in Italia.

“Sono originario della Lombardia e ho sempre lavorato in un’azienda agricola che aveva un allevamento. Fino a quel momento per me il problema della fertilità, soprattutto organica, dei terreni era quindi sconosciuto”, racconta Daniele Battista Colombo, Responsabile Area Nord, Allevamenti e Agroenergie presso Genagricola 1851, holding agroalimentare di Generali Italia, nonché la più grande azienda agricola italiana, articolata in 21 aziende in territorio nazionale e 3 all'estero, per un totale di 14.000 ettari coltivati. “Nel marzo 2020, quando ho iniziato a lavorare a Ca’ Corniani, nell’azienda più grande che abbiamo a Caorle, abbiamo seminato delle barbabietole. Era un venerdì. Il sabato sono caduti 100 millimetri di pioggia, quindi un evento meteorologico estremo. Dopo alcuni giorni di bora, il terreno si era asciugato e abbiamo potuto ritornare in campo. E lì mi sono spaventato. Sembrava di essere in un paesaggio lunare: la terra pareva morta. E di barbabietole, da quei 90 ettari, non ne è nata una. Abbiamo dovuto riseminare più di un mese dopo. Inutile dire che questo ha portato anche un danno di tipo economico”

Quel “paesaggio lunare” altro non è che uno dei segni dell’aumento del degrado del suolo e quindi della sua vulnerabilità alla desertificazione, processo che porta alla progressiva riduzione dello strato superficiale del suolo e della sua capacità produttiva e che colpisce il 28% del territorio italiano, principalmente nelle regioni meridionali.

Rigenerare il suolo con la bioeconomia

Avere cura del terreno non significa solo evitare di consumarlo, allargando i confini delle aree urbane. Per ripristinare la fertilità e sostenere la qualità del suolo (l’abbiamo detto: un suolo ricco è uno strato pieno di minerali e biodiversità) si può partire già dai campi.
“Noi agronomi abbiamo il compito di nutrire il pianeta. E non lo dico solo per citare lo slogan di Expo 2015: fa parte della nostra deontologia professionale. Abbiamo il compito di rispettare il terreno, il nostro bene più prezioso, permettendo alle future generazioni di continuare a fare agricoltura”, prosegue Colombo. “Per questo abbiamo iniziato a ridurre l'intensività delle azioni colturali, contemporaneamente gestendo meglio i residui, riutilizzando il digestato del nostro impianto a biogas come una risorsa. A questo abbiamo aggiunto l’utilizzo anche di cover crops stagionali, colture che hanno un duplice vantaggio. Riducono il dilavamento del terreno, limitando l’azione erosiva; e, una volta che in primavera vengono distrutte e miscelate al terreno, apportano sostanza organica al suolo.”

Per rigenerare, inoltre, possono venire in aiuto altri aspetti della bioeconomia. Infatti, i rifiuti organici e gli scarti possono essere integrati in processi di economia circolare, che partono dal suolo per tornare al suolo.
“Esistono delle strategie tecnologiche che possono portare a situazioni con vantaggi reciproci. Ad esempio, partendo da una biomassa che ha una base carboniosa, attraverso un trattamento di tipo termico in assenza di ossigeno chiamato pirolisi lenta, si può produrre biochar, un ammendante ricco di carbonio che può essere reintegrato nel suolo”, spiega Debora Fino, Presidente presso Re Soil Foundation . “Inoltre, dagli scarti dell’industria alimentare, si possono ottenere molecole ad alto valore aggiunto, che in alcuni casi possono avere un prezzo importante in mercati come la cosmetica, la nutraceutica o la mangimistica. Senza dimenticare però che, conclusa l’estrazione, c’è ancora una grande quantità di materia organica che può tornare al suolo. Quindi i processi estrattivi devono essere dei processi mild, gentili, che puntano a salvaguardare la risorsa restante, senza focalizzare l’attenzione solo su quello che si vuole ottenere.”.

Image: Manikandan Annamalai