La Giornata Mondiale dell’Ambiente compie 50 anni. Il World Environment Day fu istituito dalla Nazioni Unite il 5 giugno 1972, in occasione della prima Conferenza sull’Ambiente Umano che si apriva in quei giorni a Stoccolma. Due furono i lasciti principali dello storico consesso: la creazione dell’UNEP, cioè il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, e la Dichiarazione di Stoccolma, che in 26 principi definisce quello che, almeno nelle intenzioni, sarebbe dovuto essere il rapporto equilibrato del genere umano con le risorse del Pianeta. Nel primo principio, in particolare, si definiva l’uomo come “altamente responsabile della protezione e del miglioramento dell'ambiente di fronte alle generazioni future”.*
Non è un caso che quello stesso anno, solo pochi mesi prima,
il Club di Roma avesse dato alle stampe il primo “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, lanciando un chiaro monito circa il rischio di collasso di un’economia e una società basate sulla crescita infinita. Monito che è rimasto in buona parte inascoltato, visto che, come ci informa il Circularity Gap Report, dal 1972 ad oggi il consumo di risorse globale è quadruplicato, sfondando la soglia dei 100 miliardi di tonnellate all’anno.
Il 1972 è anche l’anno in cui si affaccia al mondo
l’ipotesi Gaia di James Lovelock: la teoria secondo cui la Terra si comporterebbe come un unico grande organismo, capace di autoregolarsi e auto-rigenerarsi in un ciclo chiuso. Nonostante il saggio vero e proprio sia stato pubblicato solo nel 1979, la rivoluzionaria idea di Lovelock - come racconta lo stesso autore 102enne nel film “Going Circular” (in concorso in questi giorni al festival CinemAmbiente) – cominciò a muovere i primi passi nel mondo accademico già qualche anno prima in articoli su riviste scientifiche, senza tuttavia essere presa sul serio.

Una sola Terra e un equilibrio necessario

C’era, chissà, in quel 1972 una particolare congiuntura, una concentrazione di energie che spinse il tema sotto i riflettori globali. O forse, per dirla con Hegel, era questione di Zeitgeist: i tempi erano semplicemente maturi perché quella potente idea si “incarnasse” in forme che, se oggi sentiamo familiari, erano allora rivoluzionarie o addirittura eversive.
Il concetto di “ambiente” come macro-organismo chiuso che si auto-rigenera, con un equilibrio che, se non viene rotto o disturbato, è in grado di perpetuarsi indefinitamente ci appare oggi non solo accettabile, ma necessaria. Siamo, insomma, consapevoli di quanto sia straordinario e importante questo equilibrio, ma anche di quanto sia delicato.
Eppure.
Eppure non riusciamo a fare a meno di metterlo costantemente in pericolo. Viviamo come se non facessimo parte anche noi di questo sistema chiuso, come se non ci fossero limiti alle risorse che consumiamo senza preoccuparci di rigenerarle.
Nel 2021 uno studio pubblicato su Nature ha stimato che la massa di tutti i manufatti umani ha ormai superato la biomassa vivente presente sul Pianeta: cemento, asfalto, plastiche, prodotti e dispositivi di metallo, di legno, di carta e tutti gli oggetti costruiti dall’uomo pesano oggi 1,1 teratonnellate. Il Global Footprint Network ci dice puntualmente da anni che con gli attuali ritmi di produzione e consumo avremmo bisogno di 1,7 Terre.
Ma la Terra – come ribadisce il tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente 2022 – è una sola.

Rientrare nel ciclo chiuso di Gaia

Tutti gli anniversari di questo 2022 ci ricordano che sono 50 anni che ci preoccupiamo ufficialmente dell’ambiente. Purtroppo preoccupazione non è sempre sinonimo di azione.
Tuttavia, guardando indietro all’ultimo mezzo secolo, bisogna riconoscere che
abbiamo alcuni esempi di come un’azione tempestiva, globale e coordinata abbia portato a risultati insperati. Fra tutti, il buco nell’ozono (tra l’altro scoperto proprio grazie a Lovelock): si è chiuso, o meglio lo abbiamo richiuso, bandendo l’uso dei clorofluorocarburi con rapidi ed estesi trattati internazionali.
Lo abbiamo già fatto, possiamo rifarlo. Certo, va detto che oggi le sfide ambientali – dalla
crisi climatica alla perdita di biodiversità fino all’inquinamento da plastica – sono enormi e possono sembrare al di là delle nostre forze.
Non è così. Tutti i report e gli studi internazionali dicono che le soluzioni le abbiamo a portata di mano. L’IPCC, nelle migliaia di pagine del suo ultimo report, elenca innumerevoli sistemi e tecnologie per la mitigazione e l’adattamento climatico. Inoltre, sempre più studi indicano la transizione verso l’economia circolare come la chiave per invertire la rotta distruttiva in cui ci siamo infilati, con grande potenziale nella mitigazione climatica, nella salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi, nella lotta all’inquinamento e nel perseguire uno sviluppo più equo per tutti.
La circolarità non solo come modello economico, ma anche come rivoluzione sociale e culturale, può dunque essere la via per recuperare un modo equilibrato di stare al mondo e di godere delle sue risorse. Può farci rientrare dentro il ciclo perfettamente chiuso di Gaia.

Immagine: Earthrise, NASA 1968 (Unsplash)