Un termovalorizzatore in grado di bruciare 600mila tonnellate di rifiuti, “da realizzare in tempi molto rapidi” per riuscire finalmente a chiudere – questo l’auspicio – il ciclo dei rifiuti di Roma. È il progetto illustrato mercoledì 22 aprile dal sindaco della capitale, Roberto Gualtieri, nel corso di una riunione straordinaria del Consiglio comunale dedicata proprio al tema dei rifiuti e in un post su Facebook
E che ha suscitato immediate reazioni tanto favorevoli che contrarie, oltre che la perplessità di diversi consiglieri comunali del Partito democratico – lo stesso di Gualtieri – che hanno pubblicamente lamentato l’assenza di un confronto preventivo. Tanto più che nel programma elettorale del futuro sindaco non si faceva alcun cenno alla costruzione di impianti di termovalorizzazione dei rifiuti.

Il piano di Gualtieri per il nuovo termovalorizzatore

Dopo “un’attenta e approfondita valutazione degli sviluppi tecnologici più avanzati disponibili e un loro esame non solo in termini di costi ma anche di emissioni e di consumo di suolo”, ha scritto Gualtieri nel suo post, “abbiamo deciso di dotarci di un nuovo impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti, che produca energia e che ci consenta di raggiungere l’obiettivo ambizioso ma possibile di zero discariche. Un termovalorizzatore a controllo pubblico da attuare con le migliori tecnologie disponibili”.
Il nuovo impianto fa pare di una strategia complessiva che prevede anche la realizzazione di
otto nuovi centri di raccolta e la costruzione di due biodigestori anaerobici per trattare la frazione organica, due impianti di selezione del multimateriale e due per la lavorazione dei fanghi: opere per cui l’azienda municipalizzata dei rifiuti (Ama) ha chiesto di accedere ai fondi del Pnrr, per un investimento da circa 230 milioni di euro.
Complessivamente, “il nuovo impianto e l’insieme del nostro piano – ha scritto ancora Gualtieri - determineranno una riduzione delle emissioni di ben il 44%, con un -15% per le emissioni su attività di trasporto, -18% sull’impiantistica e -99% sulle emissioni da discarica. Inoltre, sarà possibile produrre il fabbisogno di energia elettrica di 150mila famiglie l’anno e risparmiare il gas utilizzato da 60mila famiglie l’anno”, oltre a “ridurre la Tari di almeno il 20%”.
Annunci questi, che, secondo un sondaggio
condotto all’indomani delle parole di Gualtieri, sembrano riscuotere il sostegno dei romani, con quasi l’85% degli interpellati che si sono detti – con varie sfumature – favorevoli al termovalorizzatore.

La situazione attuale della gestione rifiuti

Ogni giorno la capitale produce tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate di rifiuti, circa 3.000 dei quali indifferenziati, il cui ciclo è in crisi da anni e provoca periodicamente problemi di accumulo nei dintorni dei cassonetti e dei punti di raccolta.
I rifiuti prodotti vengono trattati negli impianti di trattamento meccanico biologico (TMB), che servono a separare la parte organica da quella secca (metalli, carta, plastiche, vetro). A Roma ci sono tre impianti di questo tipo, che non bastano a lavorare tutti i rifiuti. Inoltre, in un TMB i rifiuti indifferenziati vengono solo compattati, e in seguito devono essere smaltiti in una discarica o in un termovalorizzatore.
Per decenni, la destinazione finale dei rifiuti romani è stata la discarica di Malagrotta, alla periferia ovest della città, in cui gli scarti arrivavano non trattati, in violazione delle norme europee.
In seguito alla
chiusura del sito, nel 2013, il comune di Roma non è mai riuscito a dotarsi di un piano organico per la gestione del ciclo dei rifiuti ed è stato costretto a inviare tutti quelli che i tre TMB della città non riuscivano a trattare (più o meno il 90%) all’estero e in giro per l’Italia: al termovalorizzatore di San Vittore, in provincia di Frosinone, ma anche in Emilia-Romagna, Abruzzo, Veneto e Lombardia. Il tutto con una spesa per trasporto e smaltimento di circa 170 milioni di euro all’anno.

Un impianto da 600 milioni di euro

Il termovalorizzatore sarà realizzato in base a "un investimento che crediamo possa essere agevolmente realizzato con il giusto mix di equity e debito", ha detto Gualtieri, che ha quantificato la cifra in “6-700 milioni di euro”.
Per costruirlo,
ha scritto Repubblica, “Ama dovrà cercare uno o più partner attraverso una selezione pubblica con l'idea di realizzare una società di scopo”. Acea (la municipalizzata che gestisce la rete idrica della capitale, controllata al 51% dal comune) “pare già oggi in pole, considerata pure l'esperienza già accumulata con l'inceneritore di San Vittore”, ma “tra gli addetti ai lavori c'è chi non esclude in partenza il possibile interessamento dell'emiliana Hera”.
L’
area su cui dovrebbe sorgere il termovalorizzatore non è ancora stata definita. Sempre secondo Repubblica potrebbe essere nella zona di Santa Palomba, nell’estremo Sud del territorio comunale al confine con il comune di Pomezia, anche se Gualtieri ha spiegato che "non si parte dal terreno ma da cosa si vuole fare. Il primo passaggio era decidere cosa fare. Questo elemento ci consente di avere dei punti fermi anche rispetto alle aree".
Restano due nodi. Il primo è l’iter di costruzione: il piano rifiuti della regione Lazio non prevede infatti nuovi impianti sul territorio regionale. Per questo, il governo sarebbe pronto a concedere al sindaco poteri speciali – nel quadro dell’incarico di commissario straordinario per il Giubileo 2025 – per accelerare le procedure e agire in deroga alle disposizioni vigenti.
Il secondo nodo è quello dei
tempi, su cui si sono appuntate le critiche di Roberta Lombardi, assessora ai rifiuti del Lazio del Movimento 5 stelle: “per realizzare un impianto del genere possono servire dai 4-5 anni fino agli 8-10. Da commissario del Giubileo il sindaco taglierà i tempi? Sicuramente non riuscirà a concludere tutto entro 2 anni e mezzo, tra tempi di autorizzazione, progettazione e costruzione”.

Modello Copenaghen?

Con il nuovo termovalorizzatore, ha detto Gualtieri, “Roma potrà finalmente chiudere il ciclo dei rifiuti e mettersi al pari con le grandi capitali europee e le maggiori città italiane”. Tra i modelli a cui fare riferimento, il sindaco ha citato “le esperienze di Torino e Bolzano, Amsterdam e Copenaghen”.
Costruito in poco meno di cinque anni e costato
534 milioni di euro, l’impianto danese è attivo dal 2017. Ha una capacità massima di assorbimento di 560 mila tonnellate di rifiuti all’anno ed è stato spesso indicato come esempio di una gestione virtuosa dell’ultimo miglio del ciclo dei rifiuti: non solo per il suo contributo alla produzione di energia e le sue ridotte emissioni inquinanti, ma anche per la pista da sci costruita sul tetto.
Un report pubblicato da
Zero Waste Europe già nell’autunno 2019, tuttavia, ha ridimensionato l’ottimismo. Secondo l’analisi, il termovalorizzatore è sovradimensionato rispetto alla produzione di rifiuti indifferenziati dell’area che dovrebbe coprire. Attualmente, infatti, a Copenaghen il tasso di rifiuti riciclati è di circa il 45%, con l’obiettivo di arrivare al 70% entro il 2024: un piano più ambizioso rispetto alle indicazioni dell’Unione europea, che prevedono di arrivare almeno al 55% nel 2025.
Sulla base di questi dati, per evitare che la gestione dell’impianto diventasse antieconomica in pochi anni, le cinque municipalità di Copenaghen che lo controllano hanno dovuto prima ridimensionarne la capacità operativa (da 480mila a 350mila tonnellate all’anno), e poi modificare gli accordi in base a cui era stato costruito, autorizzando l’importazione di rifiuti dall’estero e la combustione, oltre che di rifiuti, anche di biomassa.

Il fronte critico

Il problema del termovalorizzatore di Copenaghen”, spiega Rossella Muroni, deputata di FacciamoECO e già presidente di Legambiente, una delle voci più critiche nei confronti del progetto di Gualtieri, “è proprio che ora non sanno come alimentarlo, e quindi devono importare rifiuti da altre parti”. Costruire a Roma un impianto delle dimensioni di quello presentato dal sindaco, continua Muroni, vorrebbe dire “rinunciare a differenziare più del 65% dei rifiuti”, che è l’obiettivo dell’UE per il 2035. E implicherebbe al contrario che la percentuale di riciclo non possa salire oltre tale soglia, pena “avere un problema di alimentazione del termovalorizzatore”.
Un rischio che
Gualtieri ha ridimensionato in un’intervista al Corriere della Sera: è vero che “ci sono paesi che dovranno ridurre la capacità di incenerimento perché ne hanno in eccesso”, ma “l’Italia e Roma ne hanno troppo poca, e fanno un uso eccessivo delle discariche che sono molto più inquinanti. (…) La capacità del nostro impianto sarà parametrata a un forte aumento della differenziata proprio per evitare il rischio di ‘sedersi’ sui livelli attuali”.
Secondo Muroni, tuttavia, prima di pensare a un impianto di incinerazione “sarebbe meglio discutere di bandi comunali per incentivare le imprese – ad esempio quelle del settore della ristorazione – a scegliere imballaggi con meno packaging. Oppure di ricominciare con la raccolta porta a porta – stoppata dalla giunta Raggi – che è l’unico metodo per diminuire la quantità di rifiuti prodotti. Se si lavora per ridurre la quota di rifiuti indifferenziati al 15-20% non c’è bisogno di nuovi termovalorizzatori: basterebbero quelli attuali, assieme a impianti con tecnologie più innovative come quelli di riciclo chimico”.
In questo momento, dice la deputata, il piano del sindaco “ha dalla sua parte l’esasperazione di molti romani che da anni non vedono soluzione al problema dello smaltimento dei rifiuti”, ma questo rischia di spostare tutta l’attenzione sulla contrapposizione tra favorevoli e contrari al termovalorizzatore.
“Altra cosa è realizzare gli impianti, in una città dove abbiamo già assistito all’opposizione ai biodigestori, ai TMB, agli impianti di biogas…”, conclude Muroni, che rivolge un invito a Gualtieri: “Affronti una discussione pubblica, quartiere per quartiere, su tutto il piano rifiuti, dagli impianti agli obiettivi di economia circolare”.

Immagine: il termovalorizzatore Copenhill a Copenaghen (Shutterstock)