Quando nel 2018 il governo canadese acquistò per 4,5 miliardi di dollari l’oleodotto Trans Mountain, il Primo Ministro Justin Trudeau non si sarebbe forse mai immaginato che per espandere la rete di pipelines ci sarebbe voluto così tanto tempo e denaro pubblico.

Il progetto di espansione è stato presentato come “un’opportunità economica” per rilanciare l’ormai stagnante industria petrolifera canadese, triplicando l’attuale capacità dell’oleodotto a 890.000 barili al giorno. Operative non prima di giugno 2024, le nuove condutture trasporteranno il petrolio ‒ estratto dalle sabbie bituminose della regione dell’Alberta ‒ fino alle coste dell’oceano Pacifico, offrendo ai petrolieri canadesi importanti sbocchi sul mercato asiatico e sulla West Coast statunitense.  

I costi esorbitanti delle nuove pipelines

Nazionalizzando l’oleodotto, Trudeau vuole eliminare un collo di bottiglia che ha sempre limitato il trasporto del greggio canadese e che costa ogni anno, in mancate entrate dall’esportazione, miliardi di dollari. Ma dopo anni di ritardi normativi e ostacoli nella costruzione, il Trans Mountain Expansion Project (TMX) è arrivato a costare ai cittadini canadesi circa 35 miliardi di dollari.

Un sondaggio condotto dall’agenzia di stampa Reuters rivela che per diversi analisti e investitori il progetto Trans Mountain oggi varrebbe tra i 15 e 25 miliardi $. Facendo una semplice sottrazione si scopre che l’infrastruttura, prima di essere operativa, vale già 10 miliardi in meno di quello che è costata. Un disastro fiscale che secondo Bloomberg, però, verrà in parte compensato sia dall’aumento della capacità di produzione e quindi dalle esportazioni di greggio, sia dalle royalties che incasseranno le province dell’Alberta e della British Columbia.

Si prevede inoltre che l’espansione dell’oleodotto ridurrà il differenziale tra il prezzo del greggio canadese (Western Canada Select) e quello del mercato di riferimento internazionale (Brent). La limitata capacità d’esportazione delle pipeline della Trans Mountain ha sempre penalizzato l’industria petrolifera dell’Alberta.

Gli obiettivi climatici falliti del Canada

Secondo dati forniti dall’agenzia internazionale dell’energia, il Canada è il quarto produttore mondiale di petrolio. Escludendo l’Arabia Saudita, pompa più di qualsiasi altro membro dell’OPEC+. Il consorzio di produttori Oil & Gas della Canadian Association of Energy Contractors (CAOEC) prevede di perforare 500 nuovi pozzi durante il 2024, per un totale di 6.229. L’espansione aumenterà la produzione di quasi 200.000 barili al giorno, un record assoluto nella storia petrolifera canadese. 

Nonostante il Primo Ministro Trudeau abbia indicato la “lotta al cambiamento climatico” tra le priorità del suo terzo mandato, con buone probabilità il Canada non centrerà gli obiettivi climatici fissati per il 2030. Ridurre le emissioni di gas serra del 40-45% rispetto ai livelli del 2005, secondo il commissario canadese per l'ambiente Jerry De Marco, è già altamente improbabile. “Il Canada è l’unico Paese del G7 che non ha ottenuto alcuna riduzione delle emissioni dal 1990”, aveva dichiarato alla stampa dopo una revisione degli obiettivi a novembre 2023.

Con un finanziamento di 9 miliardi di dollari, nel 2022 fu pubblicata la prima vera tabella di marcia verso la decarbonizzazione del Paese. Secondo una valutazione del Canadian Climate Institute, questa roadmap consentirà di ridurre le emissioni solamente del 34%-36% entro il 2030. Per ora Ottawa sembra volerle limitare proponendo semplicemente un tetto alle emissioni da attività Oil & Gas, mitigare le fughe di metano e prezzare la CO₂. L’estensione del progetto Trans Mountain, con il benestare del Governo green di Trudeau, fotografa chiaramente il tipo di transizione ecologica canadese: la decarbonizzazione è necessaria, ma il petrolio per far crescere l’economia nazionale lo è di più.

 

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Immagine: Kartikay Sharma, Unsplash

 

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